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Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato
IL TRIDUO PASQUALE
pubblicato mercoledì, 28 marzo 2018 da Sara Fornari
Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato
Cosa credete sia più importante? Il Natale o la Pasqua? E' iniziata con questa domanda l'udienza generale: il Papa ha incentrato la catechesi sul Triduo Pasquale, a partire da un versetto dell'Epistola ai Corinzi «Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato». La festa più importante della nostra fede è la Pasqua, ha spiegato Francesco: perché è la festa della nostra salvezza, dell’amore di Dio per noi. Il Triduo Pasquale che incomincia domani, con la Messa della Cena del Signore. Tutti i cristiani sono chiamati a vivere i tre Giorni santi come la “matrice” della loro vita personale e comunitaria: come i nostri fratelli ebrei hanno vissuto l’esodo dall’Egitto. Il triduo -che è “la memoria celebrativa di un unico grande mistero: la morte e la risurrezione del Signore Gesù” - culmina la mattina di Pasqua, nella esultanza commossa del Canto della Sequenza: un inno, che ripercorrendo le tappe  vissute, fa udire l’annuncio della risurrezione: «Cristo, nostra speranza, è risorto e ci precede in Galilea».

"...Questa è la grande affermazione: Cristo è risorto. E in tanti popoli del mondo, soprattutto nell’Est Europa, la gente si saluta in questi giorni pasquali non con “buongiorno”, “buonasera” ma con “Cristo è risorto”, per affermare il grande saluto pasquale. “Cristo è risorto”."

Queste parole sono un annuncio di gioia e di speranza, ma anche un appello alla responsabilità e alla missione. La festa sottolinea Francesco, non finisce con la colomba, le uova – anche se è bella, la festa di famiglia. Piuttosto, dalla Pasqua comincia il cammino alla missione, all’annuncio, il kerygma, che il Triduo ci prepara ad accogliere: è il centro della nostra fede e della nostra speranza
Cristo è stato immolato come l’agnello. Pertanto - continua San Paolo - «le cose vecchie sono passate e ne sono nate di nuove». Proprio a indicare questa vita nuova, nel giorno di Pasqua fin dall’inizio nella comunità cristiana si battezzava. Con il battesimo tutto ricomincia. Per il Battesimo, infatti, siamo risorti con Gesù e siamo morti alle cose e alla logica del mondo; siamo rinati come creature nuove.

"...L’unico, l’unico che ci giustifica; l’unico che ci fa rinascere di nuovo è Gesù Cristo. Nessun altro. E per questo non si deve pagare nulla, perché la giustificazione – il farsi giusti – è gratuita. E questa è la grandezza dell’amore di Gesù: dà la vita gratuitamente per farci santi, per rinnovarci, per perdonarci. E questo è il nocciolo proprio di questo Triduo Pasquale".

Gesù ci da una vita nuova. La memoria di questo avvenimento fondamentale rinnova nei battezzati il senso della loro nuova condizione. Guardare in alto, allargare gli orizzonti: questa è la nostra fede, la nostra giustificazione, lo stato di grazia! La rinascita del Battesimo però è “una realtà che chiede di diventare esistenza concreta giorno per giorno”.
Ma il cristiano, pur rimanendo peccatore non può più essere corrotto: se veramente si lascia lavare da Cristo, se si lascia spogliare da Lui dell’uomo vecchio, per camminare in una vita nuova...
Ci sono i cristiani finti: quelli che dicono “Gesù è risorto”, ma vivono una vita corrotta.

Il cristiano non può vivere con la morte nell’anima, né essere causa di morte.

"...Pensiamo – per non andare lontano – pensiamo a casa, pensiamo ai cosiddetti “cristiani mafiosi”. Ma questi di cristiano non hanno nulla: si dicono cristiani, ma portano la morte nell’anima e agli altri. Preghiamo per loro, perché il Signore tocchi la loro anima".

Il mondo diventa lo spazio della nostra nuova vita da risorti. In piedi, con la fronte alta possiamo condividere l’umiliazione di coloro che ancora oggi, sono nella sofferenza, nella solitudine, nella morte, per diventare, grazie a Gesù e con Lui, strumenti di riscatto e di speranza, segni di vita e di risurrezione.

"...In tanti Paesi - qui in Italia e anche nella mia patria - c’è l’abitudine che quando il giorno di Pasqua si sentono, si ascoltano le campane, le mamme, le nonne, portano i bambini a lavarsi gli occhi con l’acqua, con l’acqua della vita, come segno per poter vedere le cose di Gesù, le cose nuove. In questa Pasqua lasciamoci lavare l’anima, lavare gli occhi dell’anima, per vedere le cose belle, e fare delle cose belle. E questo è meraviglioso! Questa è proprio la Risurrezione di Gesù dopo la sua morte, che è stato il prezzo per salvare tutti noi".

Disponiamoci a vivere bene questo Triduo Santo - ha esortato quindi il Papa - per essere sempre più profondamente inseriti nel mistero di Cristo, morto e risorto per noi. Ci accompagni in questo itinerario la Vergine Santissima, che fu presente e unita al Figlio sotto la croce, e ricevette nel suo cuore di Madre l’immensa gioia della risurrezione.

"...E vi consiglio: la mattina di Pasqua portate i bambini al rubinetto e fategli lavare gli occhi. Sarà un segno di come vedere Gesù Risorto".
L'obbedienza a Dio nella vita cristiana
IV Predica di Quaresima
pubblicato venerdì, 16 marzo 2018 da Sara Fornari
L'obbedienza a Dio nella vita cristiana
Nel battesimo abbiamo accettato un Signore “obbediente”

“L'obbedienza a Dio nella vita cristiana”: è il tema della Predica di Quaresima di oggi, la IV, tenuta nella Cappella Redemptoris Mater, alla presenza del Santo Padre, dal Predicatore della Casa Pontificia, P. Raniero Cantalamessa. Prendendo spunto dal versetto di San Paolo, che nel capitolo 13 della Lettera ai Romani, dopo aver parlato della carità e dell’umiltà, arriva a parlare anche dell’obbedienza:
“Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio”.
L’Apostolo parla qui dell’autorità civile e statale. Il problema se obbedire o no allo stato romano, come prima per i giudei, si poneva anche per i cristiani.
Il Regno predicato da Cristo “non è di questo mondo”, non è, cioè, di natura nazionale e politica. Può, perciò, vivere sotto qualsiasi regime politico, accettandone i vantaggi, ma insieme anche le leggi.
L’obbedienza allo stato è una conseguenza e un aspetto di un’obbedienza ben più importante che l’Apostolo chiama “l’obbedienza al Vangelo”. Il suo severo ammonimento mostra che pagare le tasse e compiere il proprio dovere verso la società è anche un dovere morale e religioso. E’ una esigenza del precetto dell’amore del prossimo.
Se io non pago le tasse, se deturpo l’ambiente, se trasgredisco le regole del traffico, io danneggio e mostro di disprezzare il prossimo. E su questo punto - nota Cantalamessa - noi italiani (e forse non solo ) dovremmo aggiungere qualche domanda ai nostri esami di coscienza.

C'è però una obbedienza “essenziale”, che riguarda tutti, che regge e vivifica tutte le altre obbedienze particolari, che scaturiscono da essa.
L’obbedienza a Dio è come “il filo dall’alto” che regge la splendida tela del ragno appesa a una siepe. Il filo dall’alto, che è servito a costruire la tela, è quello che dal centro sorregge tutto l’intreccio.
Così pure nella trama delle autorità e delle obbedienze in una società, in un ordine religioso e nella Chiesa. Ognuno di noi vive in una fitta tela di dipendenze.
L’obbedienza a Dio è il filo dall’alto: tutto è costruito su di essa, ma essa non può essere dimenticata neppure dopo che è finita la costruzione. In caso contrario, tutto si ripiega su se stesso e non si capisce più perché si deve obbedire.

Il vero fondamento dell’obbedienza cristiana non è un’idea, ma è un atto di obbedienza; non si trova nella “retta ragione”, ma nel kerigma: Cristo “si è fatto obbediente fino alla morte”; “imparò l’obbedienza dalle cose che patì e reso perfetto divenne causa di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono”.
La grandezza dell’obbedienza di Gesù, si misura “dalle cose che patì” e dall’amore e dalla libertà con cui obbedì. In lui rifulge l’obbedienza filiale.

L’obbedienza è per la vita cristiana, qualcosa di costitutivo; è il risvolto pratico e necessario dell’accettazione della signoria di Cristo. Nel battesimo noi abbiamo accettato un Signore “obbediente”, uno che è diventato Signore proprio a causa della sua obbedienza, e la cui signoria è, per così dire, sostanziata di obbedienza.
Entrando nel mondo, Gesù ha fatto sue queste parole dicendo: “Ecco, io vengo, per fare, o Dio, la tua volontà”. Ora tocca a noi. Tutta la vita, giorno per giorno, può essere vissuta all’insegna di queste parole.
LA CARITÀ NON ABBIA FINZIONI
II Predica di Quaresima
pubblicato venerdì, 02 marzo 2018 da Sara Fornari
LA CARITÀ NON ABBIA FINZIONI

"La carità non abbia finzioni": è stato il filo conduttore della II predica di Quaresima in Vaticano, alla presenza del Papa e della Curia Romana: il predicatore, padre Raniero Cantalamessa, ha proseguito la riflessione sul tema: “Rivestitevi del Signore Gesù Cristo. La santità cristiana nella parenesi paolina”, soffermandosi sul senso dell’amore cristiano. La santità cristiana - ha spiegato - consiste nella “imitazione” di Cristo e nella “perfetta unione” con il Signore.
La situazione della comunità di Roma descritta dall'apostolo Paolo - nel mare ostile della società pagana - “rappresenta, in miniatura, la situazione attuale di tutta la Chiesa”, ha detto il predicatore, riferendosi non alle persecuzioni e martirio “a cui sono esposti i nostri fratelli di fede in tante parti del mondo”, ma all’ostilità, al rifiuto e spesso al profondo disprezzo “con cui non solo i cristiani, ma tutti i credenti in Dio sono guardati in vasti strati della società, specie in quelli più influenti e che determinano il sentire comune”. “L’atteggiamento del cuore da coltivare nei confronti di una umanità che, nel suo insieme, rifiuta Cristo e vive nelle tenebre anziché nella luce”, è quello di “una profonda compassione e tristezza spirituale che porta ad amarli e soffrire per loro; a farsene carico davanti a Dio, come Gesù si è fatto carico di tutti noi davanti al Padre”.
Le successive prediche di Quaresima avranno luogo venerdì 9, 16 e 23 marzo.
Messaggio del Santo Padre Francesco per la Quaresima 2018
«Per il dilagare dell’iniquità l’amore di molti si raffredderà»
pubblicato martedì, 06 febbraio 2018 da Sara Fornari
Messaggio del Santo Padre Francesco per la Quaresima 2018
I "falsi profeti" -denaro, piacere, droghe - sono ciarlatani, truffatori: offrono cose senza valore e tolgono dignità, libertà e capacità di amare. Ma la Pasqua del Signore “ci viene incontro”. La Quaresima annuncia la possibilità di tornare al Signore con tutto il cuore e tutta la vita.


«Per il dilagare dell’iniquità l’amore di molti si raffredderà». Questa frase tratta dal Vangelo di Matteo, è il tema del Messaggio del Santo Padre per la Quaresima. Nel versetto, tratto dal discorso che riguarda la fine dei tempi - e ambientato a Gerusalemme, sul Monte degli Ulivi - Gesù annuncia una grande tribolazione e descrive la situazione in cui potrebbe trovarsi la comunità dei credenti: è questo il brano scelto per introdurre a questo tempo liturgico forte.
Di fronte al raffreddarsi dell'amore, della carità, al venir meno del “senso di comune umanità”, Papa Francesco esorta a intraprendere con zelo il cammino della Quaresima, sorretti dall’elemosina, dal digiuno e dalla preghiera.

Il Messaggio -pubblicato e presentato oggi alla stampa- si apre innanzitutto con l'annuncio della Pasqua del Signore, che “ci viene incontro”. Per prepararci ad essa la Quaresima, «segno sacramentale della nostra conversione», annuncia e realizza la possibilità di tornare al Signore con tutto il cuore e con tutta la vita.

Il testo mette in guardia dai falsi profeti che - di fronte ad eventi dolorosi - inganneranno molti, tanto da minacciare di spegnere nei cuori la carità che è il centro di tutto il Vangelo. Come “incantatori di serpenti”, i falsi profeti approfittano delle emozioni umane per rendere schiave le persone e portarle dove vogliono loro. Come “ciarlatani” offrono soluzioni immediate alle sofferenze, rimedi che si rivelano però completamente inefficaci: a quanti giovani è offerto il falso rimedio della droga, di relazioni “usa e getta”, di guadagni facili ma disonesti! Quanti sono irretiti in una vita completamente virtuale. Questi truffatori, che offrono cose senza valore, tolgono invece ciò che è più prezioso come la dignità, la libertà e la capacità di amare.

"Quanti figli di Dio sono suggestionati dalle lusinghe del piacere di pochi istanti! Quanti vivono incantati dall’illusione del denaro, che li rende schiavi del profitto o di interessi meschini! Quanti vivono pensando di bastare a sé stessi e cadono preda della solitudine!"
Un'immagine forte nel Messaggio viene dalla descrizione dell’inferno di Dante Alighieri: il diavolo seduto su un trono di ghiaccio: egli abita nel gelo dell’amore soffocato.
A spegnere, a raffreddare la carità, è anzitutto l’avidità per il denaro, «radice di tutti i mali»; ad essa segue il rifiuto di Dio. Ciò si tramuta in violenza contro chi viene ritenuto una minaccia alle nostre “certezze”: il bambino non ancora nato, l’anziano malato, lo straniero, ma anche il prossimo che non corrisponde alle nostre attese.

Anche il creato è testimone silenzioso di questo raffreddamento della carità.
L’amore si raffredda anche nelle nostre comunità.

Se vediamo nel nostro intimo e attorno a noi questi segni, ecco che la Chiesa, assieme alla medicina, a volte amara, della verità, ci offre in questo tempo di Quaresima il dolce rimedio della preghiera, dell’elemosina e del digiuno.

Il pontefice esorta tutta la Chiesa “a vivere con gioia e verità in questo tempo di grazia”, auspica inoltre che il suo invito possa raggiungere -“al di là dei confini della Chiesa Cattolica”-, tutti gli uomini e donne di buona volontà, aperti all’ascolto di Dio. Se come noi siete afflitti dal dilagare dell’iniquità nel mondo, se vi preoccupa il gelo che paralizza i cuori e le azioni, se vedete venire meno il senso di comune umanità, unitevi a noi per invocare insieme Dio, per digiunare insieme e insieme a noi donare quanto potete per aiutare i fratelli!
"Se a volte la carità sembra spegnersi in tanti cuori, essa non lo è nel cuore di Dio! Egli ci dona sempre nuove occasioni affinché possiamo ricominciare ad amare".
NO ALL'EUTANASIA
Dignità intangibile - Udienza alla Plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede
pubblicato giovedì, 14 settembre 2017 da Sara Fornari
NO ALL'EUTANASIA
Occorre ribadire che la vita umana, dal concepimento fino alla sua fine naturale, possiede una dignità che la rende intangibile. Così il Santo Padre, questa mattina, ricevendo in udienza i partecipanti all’Assemblea Plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede. L’uomo di oggi non sa più chi è e, quindi, fatica a riconoscere come agire bene, ha detto il pontefice. Il compito della Congregazione, appare decisivo, nel richiamare la vocazione trascendente dell’uomo, e la connessione inscindibile della sua ragione con la verità e il bene, a cui introduce la fede in Gesù Cristo. Nulla come l’aprirsi della ragione, alla luce che viene da Dio, aiuta l’uomo a conoscere sé stesso e il disegno di Dio sul mondo. I compiti che impegnano la Congregazione – ha rimarcato il Papa - risultano ancora più attuali di fronte all’orizzonte, sempre più fluido e mutevole, che caratterizza l’autocomprensione dell’uomo di oggi, e che influisce sulle sue scelte esistenziali ed etiche.

"Sono lieto di potervi incontrare al termine della Sessione Plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede. Ringrazio il Prefetto per la sua introduzione con cui ha riassunto le linee più importanti del vostro lavoro in questi ultimi due anni.
Esprimo il mio apprezzamento per il vostro delicato servizio, che risponde al particolare legame del vostro Dicastero col ministero del Successore di Pietro, il quale è chiamato a confermare i fratelli nella fede e la Chiesa nell’unità".

Francesco ha espresso apprezzamento per lo studio circa alcuni aspetti della salvezza cristiana, per riaffermare il significato della redenzione, in riferimento alle odierne tendenze neo-pelagiane e neo-gnostiche. Tali tendenze sono espressioni di un individualismo che si affida alle proprie forze per salvarsi. Noi, invece, crediamo che la salvezza consista nella comunione con Cristo risorto che, grazie al dono del suo Spirito, ci ha introdotto in un nuovo ordine di relazioni con il Padre e tra gli uomini.
Vi ringrazio per il vostro impegno quotidiano di sostegno al magistero dei Vescovi, nella tutela della retta fede e della santità dei Sacramenti, in tutte le varie questioni che oggi richiedono un discernimento pastorale importante, come nell’esame dei casi relativi ai graviora delicta e delle domande di scioglimento del vincolo matrimoniale in favorem fidei.

Circa le implicazioni etiche in campo economico-finanziario, il Papa ha rilevato che “solo una visione dell’uomo come persona, vale a dire come soggetto essenzialmente relazionale e connotato da una peculiare ed ampia razionalità, è in grado di agire in conformità con l’ordine oggettivo della morale”
Al centro della Sessione Plenaria anche questioni delicate circa l’accompagnamento dei malati terminali. Assolutizzando i concetti di autodeterminazione e di autonomia, la secolarizzazione - spiega il Papa - ha comportato in molti Paesi una crescita della richiesta di eutanasia come affermazione ideologica della volontà di potenza dell’uomo sulla vita. Ciò ha portato anche a considerare la volontaria interruzione dell’esistenza umana come una scelta di “civiltà”. È chiaro – nota Francesco - che laddove la vita vale non per la sua dignità, ma per la sua efficienza e per la sua produttività, tutto ciò diventa possibile.
Occorre ribadire che la vita umana, dal concepimento fino alla sua fine naturale, possiede una dignità che la rende intangibile.
Il dolore, la sofferenza, il senso della vita e della morte sono realtà che la mentalità contemporanea fatica ad affrontare con uno sguardo pieno di speranza. Eppure, senza una speranza affidabile, l’uomo non riesce a vivere bene e a conservare una prospettiva fiduciosa davanti al suo futuro. È questo uno dei servizi che la Chiesa è chiamata a rendere all’uomo contemporaneo.
In questo senso, la vostra missione assume un volto pastorale. Autenticamente pastorale è dunque ogni azione tesa a prendere per mano l’uomo, quando questi ha smarrito il senso della sua dignità e del suo destino, per condurlo con fiducia a riscoprire la paternità amorevole di Dio, il suo destino buono e le vie per costruire un mondo più umano. Questo è il grande compito che attende la vostra Congregazione ed ogni altra istituzione pastorale nella Chiesa.

Il Papa in Colombia
Il programma delle dirette con il Centro Televisivo Vaticano
pubblicato giovedì, 31 agosto 2017 da Don Claudio Savio
Il Papa in Colombia
VIAGGIO DI PAPA FRANCESCO IN COLOMBIA
6 - 11 SETTEMBRE 2017

PREVISIONE TRASMISSIONI IN DIRETTA CTV - ORA DI ROMA
(Roma GMT + 2 - Colombia GMT - 5)

MERCOLEDI’ 6 SETTEMBRE
Bogotà
1. Aeroporto di Bogotà: cerimonia di benvenuto [23.30 - 23.50]

GIOVEDI’ 7 SETTEMBRE
2. Palazzo Presidenziale: incontro con le autorità e visita al Presidente [16.00 - 17.00]
3. Visita Cattedrale e benedizione dal palazzo cardinalizio [17.00 - 17.55]
4. Incontro con i Vescovi [18.00 - 19.15]
5. Nunziatura: inc. Comitato Direttivo Celam [22.00 - 22.45]
6. Parco Bolivar: S.Messa [23.00 - 01.30 (8 sett.)]

VENERDI’ 8 SETTEMBRE
Villavicencio
7. Terreno “Catama”: Santa Messa con beatificazioni [16.00 - 18.30]
8. Parco Las Malocas: grande incontro di preghiera per la riconciliazione nazionale [22.40 - 23.50]
9. Parco Los Fundadores: sosta alla croce della riconciliazione [00.20 – 00.40 (9 sett.)]

SABATO 9 SETTEMBRE
Medellin
10.Aeroporto Enrique Olaya Herrera: Santa Messa [16.30 - 19.00]
11.Incontro nell’ “Hogar San Josè” [22.00 - 22.45]
12.Stadio “La Macarena”: incontro con sacerdoti e religiosi [23.00 - 24.00]

DOMENICA 10 SETTEMBRE
Cartagena
13. Piazza S.Francesco: benedizione prima pietra case per i senzatetto e Opera Talitha Qum
[17.30 - 18.30]

14. Chiesa di S.Pietro Claver: Angelus e visita casa-santuario [18.45 - 19.45]
15. Porto di Contecar: Santa Messa [23.00 - 01.15 (11 sett.)]
16. Aeroporto Rafael Nunez: cerimonia di congedo [01.45 - 02.00]
La paternità di Dio sorgente della nostra Speranza
Udienza generale del Mercoledì
pubblicato mercoledì, 07 giugno 2017 da Don Claudio Savio
La paternità di Dio sorgente della nostra Speranza
La catechesi di questo mercoledì, all’interno dell’Udienza Generale, si è incentrata sulla “Paternità di Dio sorgente della nostra speranza”. La vera rivoluzione del cristianesimo, ha detto Francesco, è chiamare Dio con il nome di Padre. Chiamare Dio Padre è la grande rivoluzione del cristianesimo. Lo afferma anche la liturgia, ha proseguito, “quando, invitandoci alla recita comunitaria della preghiera di Gesù, utilizza l’espressione ‘osiamo dire’”:

“Infatti, chiamare Dio col nome di ‘Padre’ non è per nulla un fatto scontato. Saremmo portati ad usare i titoli più elevati, che ci sembrano più rispettosi della sua trascendenza. Invece, invocarlo come ‘Padre’ ci pone in una relazione di confidenza con Lui, come un bambino che si rivolge al suo papà, sapendo di essere amato e curato da lui. Questa è la grande rivoluzione che il cristianesimo imprime nella psicologia religiosa dell’uomo”.

“Il mistero di Dio, che sempre ci affascina e ci fa sentire piccoli”, ha affermato il Papa, “non fa più paura, non ci schiaccia, non ci angoscia”. Questa, ha riconosciuto, “è una rivoluzione difficile da accogliere nel nostro animo umano”. Il Papa ha quindi rivolto il pensiero alla “parabola del padre misericordioso” a lui molto cara.

“Dio è Padre, dice Gesù, ma non alla maniera umana, perché non c’è nessun padre in questo mondo che si comporterebbe come il protagonista di questa parabola. Dio è Padre alla sua maniera: buono, indifeso davanti al libero arbitrio dell’uomo, capace solo di coniugare il verbo ‘amare’. Quando il figlio ribelle, dopo aver sperperato tutto, ritorna finalmente alla casa natale, quel padre non applica criteri di giustizia umana, ma sente anzitutto il bisogno di perdonare, e con il suo abbraccio fa capire al figlio che in tutto quel lungo tempo di assenza gli è mancato, è dolorosamente mancato al suo amore di padre”.

“Che mistero insondabile è un Dio che nutre questo tipo di amore nei confronti dei suoi figli”, ha commentato Papa Francesco. Noi non siamo soli, abbiamo un Padre che ci guarda e non ci abbandona
Questo, ha ribadito, è un “mistero grande”: “Dio non può essere Dio senza l’uomo”. Proprio questa certezza, ha detto, “è la sorgente della nostra speranza, che troviamo custodita in tutte le invocazioni del Padre nostro”:

“Quando abbiamo bisogno di aiuto, Gesù non ci dice di rassegnarci e chiuderci in noi stessi, ma di rivolgerci al Padre e chiedere a Lui con fiducia. Tutte le nostre necessità, da quelle più evidenti e quotidiane, come il cibo, la salute, il lavoro, fino a quella di essere perdonati e sostenuti nelle tentazioni, non sono lo specchio della nostra solitudine: c’è invece un Padre che sempre ci guarda con amore, e che sicuramente non ci abbandona”.

Francesco ha infine invitato i fedeli a pregare il Padre ogni volta che abbiamo dei problemi, delle necessità, pensare al Padre “che non può essere senza di noi, e che in questo momento ci sta guardando”.
Gesù cammina con noi
Udienza generale del Mecoledì
pubblicato mercoledì, 26 aprile 2017 da Don Claudio Savio
Gesù cammina con noi
Papa Francesco ha tenuto oggi l’udienza generale in Piazza San Pietro proseguendo le sue catechesi sulla speranza cristiana a partire da un brano del Vangelo di Matteo. “«Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Queste ultime parole del Vangelo di Matteo – ha detto Francesco - richiamano l’annuncio profetico che troviamo all’inizio: «A lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi» (Mt 1,23; cfr Is 7,14). Dio sarà con noi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Gesù camminerà con noi: tutti i giorni, fino alla fine del mondo.

"Tutto il Vangelo è racchiuso tra queste due citazioni, parole che comunicano il mistero di Dio il cui nome, la cui identità è essere-con: non è un Dio isolato, è un Dio-con noi, in particolare con noi, cioè con la creatura umana. Il nostro Dio non è un Dio assente, sequestrato da un cielo lontanissimo; è invece un Dio “appassionato” dell’uomo, così teneramente amante da essere incapace di separarsi da lui".

Sul crinale che divide l’incredulità dalla fede, decisiva è la scoperta di essere amati e accompagnati dal nostro Padre, di non essere mai lasciati soli da Lui”. “La nostra esistenza - ha detto il Papa - è un pellegrinaggio, un cammino. Anche quanti sono mossi da una speranza semplicemente umana, percepiscono la seduzione dell’orizzonte, che li spinge a esplorare mondi che ancora non conoscono.

"La nostra anima è un’anima migrante. La Bibbia è piena di storie di pellegrini e viaggiatori. La vocazione di Abramo comincia con questo comando: «Vattene dalla tua terra» (Gen 12,1). E il patriarca lascia quel pezzo di mondo che conosceva bene e che era una delle culle della civiltà del suo tempo".

Tutto cospirava contro la sensatezza di quel viaggio. Eppure Abramo parte. Non si diventa uomini e donne maturi se non si percepisce l’attrattiva dell’orizzonte: quel limite tra il cielo e la terra che chiede di essere raggiunto da un popolo di camminatori”. “Nel suo cammino nel mondo, l’uomo non è mai solo. Soprattutto il cristiano non si sente mai abbandonato, perché Gesù ci assicura di non aspettarci solo al termine del nostro lungo viaggio, ma di accompagnarci in ognuno dei nostri giorni”.

"Ma qualcuno potrebbe dire: ‘Ma cosa sta dicendo, lei?’. Dico questo: non ci sarà giorno della nostra vita in cui cesseremo di essere una preoccupazione per il cuore di Dio. Lui si preoccupa di noi, e cammina con noi, e perché fa questo? Semplicemente perché ci ama. Capito, questo? Ci ama!"

E Dio sicuramente provvederà a tutti i nostri bisogni, non ci abbandonerà nel tempo della prova e del buio. “Non a caso tra i simboli cristiani della speranza, ha detto ancora il Papa, c’è l’àncora. Essa esprime che la nostra speranza non è vaga; non va confusa con il sentimento mutevole di chi vuole migliorare le cose di questo mondo in maniera velleitaria, facendo leva solo sulla propria forza di volontà. Anche attraversando porzioni di mondo ferito, dove le cose non vanno bene, noi siamo tra coloro che anche là continuano a sperare. A braccio ha poi spiegato che i navigatori gettano l’àncora sulla spiaggia e poi, tirando la corda, avvicinano la barca alla riva: “La nostra fede è l’àncora in cielo. Noi abbiamo la nostra vita ancorata in cielo. “Certo, se facessimo affidamento solo sulle nostre forze, avremmo ragione di sentirci delusi e sconfitti, perché il mondo spesso si dimostra refrattario alle leggi dell’amore. Lungo il cammino, ha concluso Francesco, la promessa di Gesù «Io sono con voi» ci fa stare in piedi, eretti, con speranza. “Il santo popolo fedele di Dio è gente che sta in piedi – “homo viator” – e cammina, ma in piedi, “erectus”, e cammina nella speranza.
Concistoro ordinario pubblico
Francesco e Giacinta Marto canonizzati il prossimo 13 Maggio 2017
pubblicato giovedì, 20 aprile 2017 da Don Claudio Savio
Concistoro ordinario pubblico
I pastorelli di Fatima, Francesco e Giacinta Marto, saranno proclamati santi il 13 maggio prossimo. Lo ha annunciato Papa Francesco nel Concistoro ordinario pubblico per il voto su alcune cause di canonizzazione, stamani nel Palazzo Apostolico Vaticano. La canonizzazione quindi avverrà durante il viaggio apostolico del Papa a Fatima nel centenario delle Apparizioni della Vergine. Saranno invece canonizzati il 15 ottobre prossimo gli altri beati, Andrea de Soveral, Ambrogio Francesco Ferro, sacerdoti diocesani, Matteo Moreira, laico, e 27 Compagni, martiri, Cristoforo, Antonio e Giovanni, adolescenti martiri, Faustino Míguez, sacerdote scolopio, fondatore dell’Istituto Calasanziano delle Figlie della Divina Pastora, e Angelo da Acri (al secolo: Luca Antonio Falcone), sacerdote professo dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini. (Radio Vaticana)
«E’ risorto come aveva detto!» (Mt 28,6)
Le parole del Papa alla Veglia Pasquale
pubblicato sabato, 15 aprile 2017 da Don Claudio Savio
«E’ risorto come aveva detto!» (Mt 28,6)
«Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Magdala e l’altra Maria andarono a visitare il sepolcro» (Mt 28,1). Possiamo immaginare quei passi…: il tipico passo di chi va al cimitero, passo stanco di confusione, passo debilitato di chi non si convince che tutto sia finito in quel modo… Possiamo immaginare i loro volti pallidi, bagnati dalle lacrime… E la domanda: come può essere che l’Amore sia morto? A differenza dei discepoli, loro sono lì – come hanno accompagnato l’ultimo respiro del Maestro sulla croce e poi Giuseppe di Arimatea nel dargli sepoltura –; due donne capaci di non fuggire, capaci di resistere, di affrontare la vita così come si presenta e di sopportare il sapore amaro delle ingiustizie. Ed eccole lì, davanti al sepolcro, tra il dolore e l’incapacità di rassegnarsi, di accettare che tutto debba sempre finire così.

E se facciamo uno sforzo con la nostra immaginazione, nel volto di queste donne possiamo trovare i volti di tante madri e nonne, il volto di bambini e giovani che sopportano il peso e il dolore di tanta disumana ingiustizia. Vediamo riflessi in loro i volti di tutti quelli che, camminando per la città, sentono il dolore della miseria, il dolore per lo sfruttamento e la tratta. In loro vediamo anche i volti di coloro che sperimentano il disprezzo perché sono immigrati, orfani di patria, di casa, di famiglia; i volti di coloro il cui sguardo rivela solitudine e abbandono perché hanno mani troppo rugose. Esse riflettono il volto di donne, di madri che piangono vedendo che la vita dei loro figli resta sepolta sotto il peso della corruzione che sottrae diritti e infrange tante aspirazioni, sotto l’egoismo quotidiano che crocifigge e seppellisce la speranza di molti, sotto la burocrazia paralizzante e sterile che non permette che le cose cambino. Nel loro dolore, esse hanno il volto di tutti quelli che, camminando per la città, vedono crocifissa la dignità. Nel volto di queste donne ci sono molti volti, forse troviamo il tuo volto e il mio. Come loro possiamo sentirci spinti a camminare, a non rassegnarci al fatto che le cose debbano finire così. E’ vero, portiamo dentro una promessa e la certezza della fedeltà di Dio. Ma anche i nostri volti parlano di ferite, parlano di tante infedeltà – nostre e degli altri –, parlano di tentativi e di battaglie perse. Il nostro cuore sa che le cose possono essere diverse, però, quasi senza accorgercene, possiamo abituarci a convivere con il sepolcro, a convivere con la frustrazione. Di più, possiamo arrivare a convincerci che questa è la legge della vita anestetizzandoci con evasioni che non fanno altro che spegnere la speranza posta da Dio nelle nostre mani. Così sono, tante volte, i nostri passi, così è il nostro andare, come quello di queste donne, un andare tra il desiderio di Dio e una triste rassegnazione. Non muore solo il Maestro: con Lui muore la nostra speranza.

«Ed ecco, ci fu un gran terremoto» (Mt 28,2). All’improvviso, quelle donne ricevettero una forte scossa, qualcosa e qualcuno fece tremare il suolo sotto i loro piedi. Qualcuno, ancora una volta, venne loro incontro a dire: «Non temete», però questa volta aggiungendo: «E’ risorto come aveva detto!» (Mt 28,6). E tale è l’annuncio che, di generazione in generazione, questa Notte santa ci regala: Non temiamo, fratelli, è risorto come aveva detto! Quella stessa vita strappata, distrutta, annichilita sulla croce si è risvegliata e torna a palpitare di nuovo (cfr R. Guardini, Il Signore, Milano 1984, 501). Il palpitare del Risorto ci si offre come dono, come regalo, come orizzonte. Il palpitare del Risorto è ciò che ci è stato donato e che ci è chiesto di donare a nostra volta come forza trasformatrice, come fermento di nuova umanità. Con la Risurrezione Cristo non ha solamente ribaltato la pietra del sepolcro, ma vuole anche far saltare tutte le barriere che ci chiudono nei nostri sterili pessimismi, nei nostri calcolati mondi concettuali che ci allontanano dalla vita, nelle nostre ossessionate ricerche di sicurezza e nelle smisurate ambizioni capaci di giocare con la dignità altrui. Quando il Sommo Sacerdote, i capi religiosi in complicità con i romani avevano creduto di poter calcolare tutto, quando avevano creduto che l’ultima parola era detta e che spettava a loro stabilirla, Dio irrompe per sconvolgere tutti i criteri e offrire così una nuova possibilità. Dio, ancora una volta, ci viene incontro per stabilire e consolidare un tempo nuovo, il tempo della misericordia. Questa è la promessa riservata da sempre, questa è la sorpresa di Dio per il suo popolo fedele: rallegrati, perché la tua vita nasconde un germe di risurrezione, un’offerta di vita che attende il risveglio.

Ed ecco ciò che questa notte ci chiama ad annunciare: il palpito del Risorto, Cristo vive! Ed è ciò che cambiò il passo di Maria Maddalena e dell’altra Maria: è ciò che le fa ripartire in fretta e correre a dare la notizia (cfr Mt 28,8); è ciò che le fa tornare sui loro passi e sui loro sguardi; ritornano in città a incontrarsi con gli altri. Come con loro siamo entrati nel sepolcro, così con loro vi invito ad andare, a ritornare in città, a tornare sui nostri passi, sui nostri sguardi. Andiamo con loro ad annunciare la notizia, andiamo… In tutti quei luoghi dove sembra che il sepolcro abbia avuto l’ultima parola e dove sembra che la morte sia stata l’unica soluzione. Andiamo ad annunciare, a condividere, a rivelare che è vero: il Signore è Vivo. E’ vivo e vuole risorgere in tanti volti che hanno seppellito la speranza, hanno seppellito i sogni, hanno seppellito la dignità. E se non siamo capaci di lasciare che lo Spirito ci conduca per questa strada, allora non siamo cristiani. Andiamo e lasciamoci sorprendere da quest’alba diversa, lasciamoci sorprendere dalla novità che solo Cristo può dare. Lasciamo che la sua tenerezza e il suo amore muovano i nostri passi, lasciamo che il battito del suo cuore trasformi il nostro debole palpito.